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La vita di Tommaso Campanella

STORIA > TEMI > Tommaso Campanella

Tommaso Campanella (1568-1639)
Giovanni Domenico Campanella (Tommaso è il nome da frate) nasce il 5 settembre 1568 a Stilo, da un'umile famiglia calabrese. Il padre, a stento, riesce a sfamare la famiglia riparando calzari. Campanella, già da bambino dimostra un’intelligenza viva e, attratto dalla cultura dei Domenicani, aderisce a quell’Ordine ad appena tredici anni, quando entra, come novizio, nel vicino convento di Placanica. Nel convento di San Giorgio Morgeto, pronuncia i voti e prende il nome di fra’ Tommaso. Qualche tempo dopo è a Nicastro dove si dedica agli studi di logica aristotelica, quindi a Cosenza dove approfondisce le conoscenze relative alla Teologia.

Una Cronaca del tempo lo descrive come: «uomo di ingegno vivace, di alta statura, con faccia pallida, il pelo nero e i denti radi». Tommaso è avvinto dai sogni, dalla curiosità intellettuale, dall’eloquenza dei Padri Predicatori e non esita a contraddire i suoi stessi maestri.
Si dedica con fervore, e di nascosto, alla lettura di Erasmo, Marsilio Ficino, Telesio, tutti autori che criticano il pensiero aristotelico , lo scolasticismo conventuale e la corruzione della Chiesa.
Campanella si avvicina sempre più alle loro idee; è suggestionato anche dalle concezioni di Ermete, creatore dell’alchimia, e da alcuni trattati di magia e astrologia.
E’ affascinato dalla visione oggettiva ed empirica che Telesio ha del mondo, dove la Natura, al di là di qualsiasi intervento metafisico, si manifesta per se stessa ai sensi dell’uomo in quanto l’uomo è parte di essa. Crede in Dio ma, a differenza di Aristotele, non lo considera motore immobile, ma ente supremo, garante e non creatore dell’ordine universale.
Per queste idee, Campanella viene trasferito in meditazione coatta nel convento di Altomonte.
In seguito raggiunge Napoli dove frequenta l’Accademia dei Secreti di Giovan Battista Della Porta, tra i più profondi conoscitori di occultismo e scienze divinatorie.
In questo periodo pubblica, senza licenza ecclesiastica,
Philosophia sensibus demonstrata .
Immediata è la reazione del Consiglio dei Padri Domenicani, così Campanella viene arrestato e sottoposto al primo processo per eresia. Viene condannato al rientro in Calabria dove dovrà attenersi alle dottrine di S. Tommaso e alle verità rivelate dalle Sacre Scritture. Campanella non obbedisce perché convinto di aver raggiunto delle certezze alle quali nessun Tribunale può imporgli di rinunciare. Va a Roma, Firenze, Bologna e Padova, dove
Galileo insegnava Scienze Matematiche, ma l’Inquisizione lo controlla e comincia a sequestrare le sue carte.
Nel 1594 viene nuovamente arrestato per gravissimo sospetto di eresia, il Tribunale dell’Inquisizione gli impone la pubblica abiura delle sue dottrine. Seguono i domicili coatti a Roma nei conventi di Santa Sabina e di Santa Maria della Minerva. Poco tempo dopo, un altro processo lo obbliga al rientro in Calabria, a Stilo, nel Convento di Santa Maria del Gesù. Così all’alba del 15 agosto 1598, Campanella giunge nella città dove è nato, lo hanno isolato qui, ma nel suo cuore non è spenta la volontà di ricerca della Verità e del rinnovamento.
Scrive il
De auxiliis, il De Episcopo, la Monarchia di Spagna.
In una chiesa di Stilo, Campanella parla ai fedeli radunati, di rinnovamento, di rivolgimento politico contro l’oppressione della dominazione spagnola. Le sue parole travalicano la città di Stilo e infondono speranza agli oppressi. I movimenti degli astri e i segni zodiacali lo convincono che l’anno 1600 sarà l’anno fatidico del mutamento. Così, con la connivenza di alcuni frati, con la promessa dell’appoggio di banditi, vescovi ed anche di alcuni nobili del luogo, Campanella incita il popolo calabrese alla rivolta, al mutamento che farà della Calabria una repubblica, la più mirabile del mondo, preparata dai monaci di San Domenico, a capo della quale ci sarà il Pontefice romano.
Tutto si rivelerà poco più di un sogno: due delatori filospagnoli denunciano il progetto di rivolta all’uditore di Catanzaro, don Luise Xerava, e il vicere invia, nelle zone ribelli, Carlo Spinelli, principe di Cariati, con il compito di soffocare la rivolta. Campanella viene arrestato a Roccella insieme ad altri frati, e viene tradotto a Napoli, dove verrà tenuto prigioniero, in completo isolamento e tra torture («Mi fur rotte le vene e le arterie; e il cruciato dello aculeo mi lacerò le ossa….e la terra bevve dieci libbre del mio sangue…risanato dopo sei mesi…in una fossa fui seppellito…ove non è luce né aria, ma fetore di umidità e notte e freddo perpetuo»), nel Maschio Angioino. Le accuse sono gravissime: eresia e ribellione al re cattolico Filippo III di Spagna. Campanella non confessa e, per sfuggire alla condanna capitale, si finge pazzo per oltre un anno, pur avvertendo in cuor suo che il vivere sporca chi per vivere finge.
Viene condannato al carcere perpetuo. Grazie alla complicità di alcuni amici e corrompendo alcuni carcerieri, ottiene libri, manoscritti e l’occorrente per scrivere opere, lettere, memorie e poesie. Risalgono al periodo della sua prigionia:
De sensu rerum, Monarchia Messiae, Atheismus triumphatus, Philosophia rationalis, Quod reminiscentur, Apologia di Galileo.
Il carcere perpetuo viene trasformato in 27 anni di detenzione per la benevolenza di Urbano VIII (che lo teneva come consigliere in fatto di astrologia). Scoperta la congiura di G. F. Pignatelli a Napoli, la Spagna, ritenendo Campanella, in qualche modo ispiratore della congiura stessa, chiede la sua estradizione, ma il papa non gliela concede. Così Campanella fugge in Francia, a Parigi, dove riceve accoglienza amichevole sia da parte del re Luigi XIII, che del cardinale Richelieu. Può finalmente pubblicare le sue opere. Riscrive in latino
La città del sole dedicandola al Richelieu e continua ad interessarsi di astrologia, tanto da prevedere che l’eclissi del 1° giugno del 1639 gli sarà fatale. Si sbagliò purtroppo di poco: Campanella muore undici giorni prima, il 21 maggio del 1639 nel convento domenicano di Saint- Honoré.
La forza dell’utopia, il tema messianico, profetico del rinnovamento sono le componenti fondamentali da cui bisogna partire per comprendere appieno l’opera di Campanella, il quale così scrisse di sé: «Io venni a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia».
Frase questa, che compendia molto bene il significato ultimo della vita e dell’opera del Campanella, e che è incisa nel Monumento a lui dedicato nella sua città natale, per ricordare a tutti la sua grandezza intellettuale e morale, che lo ha portato alla ricerca incessante della Verità e della Giustizia.

A cura della

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